Omaggio a MARCELLO MICHELOTTI (1952-2013) Antologica

La Galleria Arianna Sartori di Mantova, in via Ippolito Nievo 10, rende omaggio all’artista Marcello Michelotti presentando una mostra Antologica a cura del nipote Manrico Carlini. La mostra sarà inaugurata Sabato 27 settembre alle ore 17.30.

Marcello Michelotti, nato nel 1953 a Pescia (Pt) e scomparso nel 2013, aveva già presentato i suoi dipinti alla Galleria Arianna Sartori in due interessanti mostre personali: nel 2007 “Percorsi” e nel 2010 “Due amici per una mostra”, riscuotendo sempre interesse ed ammirazione. In mostra saranno esposti dipinti realizzati con la tecnica della tempera, acrilico, aerografo su tavola oltre ad alcune originali collane d’artista modellate in ceramica a tre fuochi.

La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 10 ottobre 2014 con orario dal lunedì al sabato 10.00-12.30 e 16.00-19.30, chiuso festivi.

PERCORSI

Guadando intorno vedo fiori, tanti fiori. Marcello Michelotti ha detto che i fiori sono solo un pretesto; Il punto focale è altrove. Eppure vedo fiori, tanti fiori. come mai ha scelto i fiori per descrivere dei percorsi? Cosa sono i fiori? Ho tirato giù molti libri dagli scaffali, cercando un punto di partenza. Libri di arte, di mitologia, libri sui popoli d’Italia. Erano tutti pieni di fiori. Dall’alba dei nostri tempi fino ad adesso. Ho visto, in modo stilizzato ma subito riconoscibIle, dei fiori sul vasellame di ceramica, sulle armi, i gioielli, le fibule, sugli oggetti rituali, sulle placche insieme ad animali e simboli con non capiamo più. Fiori, tanti fiori come motivo decorativo. Nella mitologia c’è Narciso; nella religione Gabriele offre un giglio alla vergine Maria annunziata. Il falegname di Nazareth parlava di fiori: ” Osservate come crescono i gigli del campo, non lavorano e non filano e pure vi dico che neanche Salomone con tutta la sua gloria vestiva come uno di loro.” (Matt. 6.28) I paesi scelgono fiori come emblema: la Francia sceglie il giglio. L’Inghilterra, la rosa. Poi l’artigianato diventa arte pura – ancora una volta i fiori. Sono là, nei drappeggi, sui vestiti, nelle mani ed i cappelli. Sotto i piedi della Primavera di Botticelli, della Madonna delle rocce di Leonardo c’è un tappeto di fiori legati alla sacralità dell’immagine. Il fiore arricchisce, ci aiuta a decifrare il messaggio.

Sfoglio le pagine e scopro che l’autoritratto di Ghiberti sulla porta nord del Battistero di Firenze è circondato di una ghirlanda di fiori. Firenze!! Una delle città più belle del mondo è dedicata a Santa Maria… delle fion. So che andando avanti ci saranno i fiamminghi con le loro composizioni meravigliose di fiori, In Italia Bimbi darà l’importanza di un ritratto ad un girasole. L’opera bellissima si trova nella villa medicea di Poggio a Caiano, Me lo ricordo bene. Fiori. Senza cercare nei miei libri mi ricordo gli impressionisti e Monet. Sono cresciuta con quelle ninfee sotto gli occhi, in riproduzione dopo riproduzione e finalmente alla National Gallery a Londra ho visto tutt’un muro di fiori all’infinito! Vincent Van Gogh. Quando i suoi girasoli sono venuti all’asta hanno venduto per il prezzo più alto allora raggiunto a Sotheby’s. Era su tutti i giornali. Il tempo passa e i fiori sono sempre una ispirazione inesauribIle: Giorgia O’Keefe.

Adesso quando guardiamo i fiori, pensiamo alla loro bellezza, ai colori vivaci e ai loro profumi. Li regaliamo ai nostri cari, a gli amanti; li portiamo ai nostri amici quando ci invitano a cena; li portiamo all’ospedale per rendere meno pesante le malattie; li usiamo per decorare i nostri balconi e le nostre case. Non solo. Addobbiamo le chiese quando i bambini vengono presentati alla comunità, quando le coppie si sposano e per i morti. Percorsi umani. Ma loro stessi, i fiori hanno una vita molto breve. Il momento del loro splendore dura poco. Il fatto è che non accettiamo loro mortalità: come non accettiamo la nostra. Appena si appassiscono li buttiamo via e compriamo un mazzo nuovo. Vogliamo fiori freschi anche stampati su i nostri vestiti, le tende di casa e le tovaglie. Abbiamo bisogno di una primavera permanente, eterna.

Il fiore come manifestazione culminante della vita di una pianta richiama qualche cosa profonda nell’anima dell’ uomo. Direi che la nostra empatia con i fiori è forse molto più complesso di quello che possiamo immaginare. Sono legati all’idea di percorsi, di movimento, della idea che non c’è niente di fisso, che i punti di riferimento se spostano. La fragilità dei fiori, Il fatto che durano così poco ci mette in suggestione, a disagio. Vogliamo ad esempio, che la bellezza, la nostra giovinezza duri per sempre; e che durino anche le belle cose nelle nostra vite. Invece, i fiori non durano e rispecchiano le nostre vite, i momenti speciali che vanno e vengono. C’è sempre movimento. Non esiste la staticità. In fondo era questo la grandissima scoperta di Galileo e che ha tanto spaventato i capi del suo tempo. ma continua ancora a scombussolarci. Noi evolviamo, risolviamo, dissolviamo, rinasciamo.

Ognuno ha il suo percorso, destinato, creato, accidentale. L’artista sviluppa le sue idee, la suo arte, il suo modo di esprimersi. Per ciò credo che i dipinti di Marcello Michelotti funzionano su più livelli. Da una parte vedo un percorso di forma dell’opera dove variano le dimensione e le sagome dei dipinti con frammenti, sovrapposizioni e lunette. Perché limitarsi ad un rettangolo solo? La natura stessa non lo fa! Dall’altra parte vedo un percorso personale dove Marcello esprime i suoi pensieri consci e subconsci, le sue paure, le sue speranze, Il colore del cielo e qualche cosa che quel giorno era nell’aria. Cambiano i colori, l’intreccio delle ombre, i ritmi. In particolare, spiega perché questi fiori sono sfocati.

Marcello prende il suo posto naturale in una tradizione che è cominciata nel momento in cui un uomo si è fermato per guardare un fiore ed a respirare il suo profumo, un momento nel quale ha capito nella sua profonda anima che quel fiore, forse solo una violetta ai suoi piedi, rispecchiava un mistero immenso, un mistero che ci confonderà per sempre.

Kit Sutherland, 14 settembre 2007

ARIANNA SARTORI

ARTE & OBJECT DESIGN

Via Ippolito Nievo, 10 – 46100 MANTOVA – Tel. 0376.324260 - info@ariannasartori.191.it

 Omaggio a

MARCELLO MICHELOTTI

(1952-2013)

Antologica

27 settembre – 10 ottobre 2014

 Nome della Galleria: Galleria “Arianna Sartori”

Indirizzo: Mantova – via Ippolito Nievo, 10 – tel. 0376.324260

Titolo della mostra: Omaggio a Marcello Michelotti (1952-2013). Antologica

Date: dal 27 settembre al 10 ottobre 2014

Inaugurazione: Sabato 27 settembre, ore 17.30

Mostra a cura di Manrico Carlini

Orario di apertura: dal lunedì al sabato 10.00-12.30 / 16.00-19.30. Chiuso festivi

 

Tre giorni con Il Rio

Venerdì 3, sabato 4 e domenica 5 ottobre la casa editrice “Il Rio” ha organizzato una tre giorni di eventi e presentazioni di libri nel negozio di Via Orefici 13, nel cuore del centro storico di Mantova. Romanzi e volumi di storia dell’arte e dell’architettura a firma di autori mantovani e non, presentati da volti noti del mondo della cultura virgiliano.

Venerdì 3 ottobre

18:30 – Giada Scandola, Giulio Girondi, I Gonzaga e la rocca di Vescovato – presenta Roberta Piccinelli

L’influenza dei Gonzaga sul feudo cremonese di Vescovato risale al Trecento; ai tempi in cui qui erano “signori” i cadetti del ramo di Novellara potrebbe appartenere il primo nucleo della rocca, poi acquistata nel 1519 da Giovanni Gonzaga, fratello del marchese di Mantova Francesco II, cognato di Isabella d’Este ed iniziatore dei “Gonzaga di Vescovato”, l’unica linea della casata ancora oggi in vita. Successivamente la rocca appartenne alla famiglia bresciana dei Gambara, che a cavallo della metà del Cinquecento la trasformò in un sontuoso palazzo, per poi ritornare ai Gonzaga di Vescovato nell’ultimo scorcio del XVI secolo. Per la prima volta la storia della rocca è ricostruita con documenti inediti, soprattutto inventari post mortem, ritrovati negli Archivi di Stato di Mantova, Brescia e Milano.

Sabato 4 ottobre

16:30 – Lino Mancini, Vivere controvento: Storia di un ragazzo qualunquepresentano Francesco Astolfi e Stefano Borgato

Vivere controvento è il racconto di un cammino di sofferenza, visto attraverso l’occhio distaccato del protagonista, ormai avanti negli anni e in grado di giudicare gli eventi con una certa serenità, pur rimanendo ancora ferito nel profondo, per le aspettative mancate, ma, nello stesso tempo, certo delle opportunità concesse dalla Provvidenza, che non manca mai di soccorrere chi è sottoposto a dure prove. Questa autobiografia, che comprende, in un arco di circa vent’anni, il periodo dell’adolescenza e della giovinezza, vuole essere uno stimolo, per i giovani che vivono le stesse esperienze, a non perdersi d’animo e a sperare nella vita, che, comunque, è degna di essere vissuta fino in fondo. Solo così si può riuscire vittoriosi, nella lotta con la malattia e le difficoltà che essa costringe ad affrontare.

17:30 – Francesca Mattei, Niccolò Tasselli, Casa Gonzaga nel quartiere di San Leonardo: Architettura e committenza a Mantova – presenta Daniela Ferrari

Nel 1586 Raffaello Toscano, nel poemetto l’Edificazione di Mantova, magnifica il palazzo in via Trento a Mantova (oggi sede della Fondazione Mazzali), noto a quel tempo con il nome di palazzo dell’Abate. Riferimenti e citazioni dell’edificio ricorrono nella bibliografia, per varie ragioni: una posizione strategica all’interno della città, la vicinanza con le proprietà dei Boschetti e poi dei Cavriani, la presenza di interessanti decorazioni pittoriche. Il palazzo vanta numerosi motivi di interesse, che si articolano in settori diversi. Fino ad ora, però, sono assenti studi monografici sull’edificio, a esclusione del contributo, rimasto inedito, offerto da Giuseppe Pecorari il quale aveva iniziato una ricostruzione puntuale della fabbrica, depositata presso l’Archivio Diocesano di Mantova – ricostruzione da cui il presente contributo ha tratto le mosse. Gli appunti di Pecorari permettono le prime considerazioni sul palazzo, passato di mano in mano alle più importanti famiglie della scena mantovana. Nel 1353 è proprietà di Giliola Bonacolsi che lo vende a Ziliola Gonzaga; nel 1425 è la residenza di Giovanni Gonzaga, figlio naturale del marchese Gianfrancesco; Ludovico II marche-se, entrato in possesso dell’edificio, ne fa dono agli eredi di Galeotto Bevilacqua, responsabili di averlo ceduto ai Cavriani. Dopo vari smembra-menti, la proprietà fu nuovamente ricomposta nel 1526 quando Federico Gonzaga di Vescovato la acquistò, rendendolo la sede della Prepositura di San Benedetto in Polirone: a questo momento risale il nome di «palazzo dell’Abate». Nel 1620 fu acquistato dai Gonzaga di Luzzara, che ne rimasero i proprietari fino al XIX, quando rientrò in possesso dei Cavriani. Solo alla fine del secolo fu ceduto al Comune di Mantova per divenire Ospizio per gli anziani, sua attuale destinazione d’uso. L’edificio oscilla tra diversi proprietari e cambia nome più volte. La storia del palazzo, come cercheremo di dimostrare, lo rende un caso emblematico della complessità dei rapporti in ambito mantovano, dei continui scambi tra famiglia regnante, rami cadetti e patriziato. L’arco di tempo privilegiato dalla ricerca si identifica con i secoli più travagliati di questo edificio, secoli nei quali vengono compiute le principali imprese che incidono sull’aspetto del palazzo.

Una prima questione che il presente contributo propone di affrontare è la ricostruzione puntuale della storia del palazzo, un obiettivo che si è perseguito mediante l’ordinamento dei dati emersi dalla bibliografia, corredati e completati da puntuali verifiche archivistiche.

Accanto alle domande di carattere prettamente storico, il palazzo solleva alcuni interrogativi che riguardano il suo aspetto e le sue trasformazioni. Attraverso sopralluoghi, rilievi fotografici e nuove acquisizioni archivi-stiche, si propone un commento delle forme dell’edificio. L’analisi trae le mosse dall’aspetto attuale della fabbrica, pesantemente modificata nel cor-so di diverse campagne costruttive, che spesso hanno lasciato traccia nella tessitura muraria. L’interpretazione dell’esistente può giovarsi di alcuni ritrovamenti che permettono di corredare la lettura delle forme con disegni ottocenteschi, rimasti finora inediti, rinvenuti presso l’Archivio di Stato di Mantova.

Un segno dell’importanza dell’edificio, inoltre, traluce dalle decorazioni pittoriche Quattro e Cinquecentesche ancora leggibili nel fabbricato. La facciata – com’è stato sottolineato – propone un interessante quanto desueto motivo decorativo, vicino alle trame della facciata di palazzo Ducale a Venezia. Molti ambienti recano tracce di fascioni affrescati e lattole con stemmi familiari, ulteriore indice del susseguirsi dei personaggi tra le stanze della casa Gonzaga. Un’altra occasione, dunque, per appro-fondire il tema della circolazione di motivi pittorici e decorativi nella Man-tova quattro e cinquecentesca.

Oltre alla serie di testimonianze di quest’epoca, il palazzo sfoggia un ricco repertorio di pitture seicentesche, tratte dagli Amorum Emblemata, pubblicati per la prima volta nel 1608 da Otto van Veen, maestro di Rubens e in contatto con alcuni esponenti della famiglia Gonzaga. Un ciclo testimone di un gusto influenzato dagli influssi nordici, che offre lo spunto per approfondire alcune questioni – già messe a fuoco dagli studiosi – circa i rapporti tra Mantova e l’Europa. Il riferimento all’opera di van Veen – che originariamente contava ben trentasei immagini tratte dagli Amorum Emblemata – solleva una filiera parallela di interrogativi, legati all’uso di emblemi nella pittura a Mantova e, più in generale, alla riproposizione puntuale di libri dedicati a questo soggetto.

I risultati del presente lavoro nascono da un’analisi che ha tentato di articolarsi in più direzioni, dando conto da un lato della stratificata messe di studi dedicati alla Mantova rinascimentale; dall’altro cercando di appor-tare un contributo, per quanto circoscritto, a quella serie di ricerche nate da una costola della storiografia gonzaghesca. Ricerche che, da qualche tempo, testimoniano un interesse crescente per gli episodi edificatori, ma non solo, legati alle vicende del patriziato e dei rami cadetti dei Gonzaga, famiglie che orbitano alla corte dei signori di Mantova il cui rapporto con i principi si racconta anche attraverso la relazione tra «i grandi cantieri dell’uno e le scelte abitative delle altre».

18:30 – Giulio Girondi, a cura di, Residenze e patriziato a Mantova nel primo rinascimento: 1459-1524presenta Riccardo Braglia

Con un dominio ininterrotto su Mantova durato per quasi quattro secoli – dal 1328 al 1707 – i Gonzaga, prima capitani del popolo, poi marchesi e poi ancora duchi, esercitarono un ruolo di guida per la società virgiliana che non fu solo politico, ma che finì per toccare pressoché tutti gli aspetti della vita della città e del territorio mantovano; già a partire dal Trecento e poi, via via in modo sempre più esplicito e paradigmatico, i signori e poi i principi di casa Gonzaga esercitarono una leadership indiscussa che riguardò il riordino istituzionale dello stato, lo sviluppo economico della città e del territorio, le realtà religiose regolari e secolari, la vita artistica e culturale. Non stupisce, quindi, che la vasta, anzi ormai quasi sterminata bibliografia di argomento mantovano abbia da sempre per suo massimo oggetto di indagine proprio le vicende che ruotano attorno alla signoria gonzaghesca.

Tuttavia negli ultimi vent’anni (seppur in modo relativamente timido se paragonato all’intera mole della produzione scientifica e accademica di soggetto virgiliano) una parte della storiografia ha iniziato a scostarsi dalle figure dei principi che si susseguirono nel dominio su Mantova per guardare a quel ricco universo che vi gravitava attorno. Infatti, anche se i Gonzaga ebbero un ruolo pressoché monopolizzante quasi ogni aspetto della vita mantovana, essi non furono mai soli nella gestione dello stato; negli anni in cui Mantova poteva reggere un confronto alla pari – almeno in campo culturale – con le principali capitali europee, i principi di casa Gonzaga erano circondati e coadiuvati da un popolo di segretari, ambasciatori, funzionari, letterati, esperti d’arte che diede vita a quella coralità intellettuale propria della vita di una corte del Rinascimento.

Fortunatamente alcuni studiosi hanno iniziato ad occuparsi con sempre maggiore interesse di queste figure che furono fondamentali per il successo della dinastia dominante, ma che finirono il più delle volte per essere messi in ombra da personalità totalizzanti, quali quelle dei principi di casa Gonzaga. A titolo puramente esemplificativo e in ordine rigorosamente sparso mi pare qui opportuno ricordare almeno i primi studi di Isabella Lazzarini sulla società mantovana (almeno Fra un principe e altri stati: Relazioni di potere e forme di servizio a Mantova nell’età di Ludovico Gonzaga, Roma, Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, 1996) e di Guido Rebecchini sulla vitalità culturale delle famiglie “private” (fondamentale il suo Private Collectors in Mantua: 1500-1630, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2002) a cui andrebbero aggiunti ormai parecchi titoli dedicati a tante residenze di queste famiglie “private”, ma che per brevità non possono essere qui elencati, e, recentemente, anche qualche lavoro monografico dedicato alle vicende di queste casate, come quello dedicato ai Cavriani: Una famiglia mantovana, curato da Daniela Ferrari (Mantova, Sometti, 2012).

Questo convegno – e gli atti che presentiamo – ha l’ambizione di inserirsi in tale contesto, cercando di dare un nuovo impulso agli studi sulla società mantovana, fissando, per quanto possibile, alcuni punti fermi sulle nostre conoscenze attuali e, ci si augura, di proporre qualche linea di ricerca da sviluppare in futuro. Per prima cosa questo volume, per sua stessa natura, trattandosi degli atti di un convegno, non ha pretesa di esaustività, ma è una raccolta di saggi relativamente eterogenei tra loro, raggruppati in sezioni tematiche. Tuttavia, nella costruzione del convegno e del libro, si è cercato di toccare alcuni aspetti che si sono ritenuti fondamentali, soprattutto attraverso il coinvolgimento di studiosi di discipline differenti che hanno, quindi, guardato al tema da prospettive diverse in un’ottica di forte multidisciplinarietà. In effetti, già il titolo di questo progetto editoriale è doppio e, di conseguenza, ambivalente, attraverso due “parole chiave” che vorrebbero evocare due mondi integrati tra loro – residenze e patriziato – la prima a riguardare un tema legato alla storia dell’arte, dell’architettura, dell’urbanistica, la seconda che si focalizza su aspetti più marcatamente sociali, nella convinzione che una consapevolezza dell’architettura (e attraverso di questa della città) debba passare necessariamente anche attraverso l’indagine di chi quegli spazi li abitava effettivamente.

Il patriziato urbano è, quindi, il grande protagonista di questo libro e i vari contributi che si susseguono nelle pagine seguenti lo indagano da punti di vista molto diversi, passando da aspetti prettamente sociali, economici e giuridici, per arrivare a questioni legate al mondo dell’arte, dell’architettura, del teatro; ma, prima di iniziare, una domanda sembra d’obbligo: chi erano i patrizi? È il compianto storico Marino Berengo a rispondere per noi, preferendo questo termine ad altri (come ad esempio aristocratici) per definire le élites del mondo padano che gravitavano attorno alle corti del primo Rinascimento. «Il patrizio non è nobile» o perlomeno non necessariamente doveva avere un titolo proprio della nobiltà feudale di origine medievale, ma piuttosto apparteneva ad una «classe dirigente mercantile in ascesa». Tuttavia «i membri di queste famiglie non hanno mai accettato di esser detti patrizi: si son chiamati cittadini prima, nobili poi… han cioè fatto proprio il titolo, il ruolo e le aspirazioni di cui altrove, e sovente anche entro le mura delle loro stesse città, erano stati portatori gli antichi equites».

Di conseguenza in questo libro si è scelto di impiegare il termine “patriziato” pur consapevoli dei propri limiti e lungi dal voler pensare a qualcosa di “normato” di irrigidito e normativamente configurato – come il patriziato veneziano ad esempio – anzi, questo termine viene qui impiegato proprio in antitesi alla nobiltà titolata, dato che, come indicato da Mario Vaini «l’aristocrazia mantovana del periodo indicato è un vero e proprio crogiuolo di forze della più varia provenienza, il cui unico requisito è la ricchezza, anche se accumulata nelle professioni più umili». Il «periodo indicato» – riprendendo le considerazioni di Vaini – è per Mantova il primo Rinascimento, ovvero, senza volerci addentrare in questioni terminologiche che potrebbero rendere sterile il nostro discorso, quel momento di passaggio tra la fine del Medioevo e l’avvio della prima età moderna; un lasso di tempo che per lo stato virgiliano, eletto a marchesato nel 1433, corrisponde ad un intervallo idealmente delimitato in modo abbastanza preciso: dal 1459 – anno della Dieta di Pio II Piccolomini, che vide l’arrivo a Mantova dei rappresentanti degli stati cristiani e, con loro, di grandi protagonisti della cultura umanistica del tempo (dal cardinale Bessarione all’Alberti) – al 1524, anno di arrivo di Giulio Romano dall’Urbe alla corte di Federico II Gonzaga che, ormai proiettato in una dimensione principesca differente rispetto ai suoi predecessori, nel ’30 otterrà il titolo ducale. Ma questo è l’incipit di un altro capitolo della storia mantovana che ci auguriamo di raccontare in un prossimo convegno.

21:00 – Alessandro Spocci, E alla fine ho deciso di sognarepresenta Ilaria Perfetti

Lui è in cerca di qualcosa di perfetto; lei è perfetta. Il sesso, la novità, il giusto e la paura, visti dagli occhi di Federico Finetti, un trentenne ancora lontano dalla sua maturità. Ambientato nella splendida cornice di Cannes, E alla fine ho deciso di sognare è un rock leggero, una storia che ne racchiude in sé molte, un bicchiere di buon whisky da bere rigorosamente soli.

A rendere interessante l’opera di Alessandro è la presenza di più livelli di narrazione e di lettura: tutto il romanzo viaggia su un doppio binario, quello del vero amore e quello del sentimento ancora immaturo dettato dalla passione. Le tre narrazioni parallele passano attraverso gli occhi di Federico, protagonista del libro, che, trovando Mantova stretta, parte per Cannes, per lavorare come giornalista. In Francia intreccerà diverse relazioni: di una ragazza conoscerà solo gli aspetti peggiori, di un’altra si invaghirà, pur restando sempre in un rapporto conflittuale, o forse superficiale, con la figura femminile, verso la quale gli uomini delineati nei libri di Spocci cercano di mostrarsi distaccati indifferenti, celando però emozioni più forti. Altri temi si vanno a contrapporre nel fluire delle pagine, quello dell’insoddisfacente luogo d’origine in contrasto con la meta sconosciuta, le vere dinamiche del lavoro contrapposte ai sogni sul futuro.

Domenica 5 ottobre

16:30 – Francesco Farsoni, Tre sfide per l’ispettore Dunsdridgepresenta Giada Scandola

Tre enigmi, tre storie, tre sequenze di delitti apparentemente irrisolvibili. Il fascino della vecchia Europa e il richiamo esotico di paesi lontani nella suggestiva cornice dell’età vittoriana.

17:30 – Federico Tellini, «Sono delitti che non hanno nome»: Il bombardamento della villa dei vetri oggi “casa del sole” – presenta Giancarlo Oliani

Il 10 febbraio 1944 una incursione aerea alleata diretta alla stazione di Verona dovette deviare su Mantova. Quel giorno fu centrata per errore una palazzina in via della Conciliazione, uccidendo undici persone: era la prima volta che Mantova veniva bombardata durante la Seconda Guerra Mondiale e, purtroppo, non fu l’ultima. Tra gli episodi più tristi si deve annoverare la tragedia della villa dei Vetri a San Silvestro di Curtatone – oggi “Casa del Sole” – in cui l’antivigilia di Natale del ’44 morirono sotto le bombe undici bambini ed una suora, sfollati dell’istituto “Soncini”, la cui sede era già stata sinistrata da precedenti incursioni alleate. Lo studio di Federico Tellini ricostruisce la triste vicenda, arrivando anche a ipotizzare quale fu la formazione a bombardare la villa dei Vetri, mettendo a sistema i pochi, ma significativi dati noti – testimonianze, documenti archivistici precedentemente inediti, giornali dell’epoca – ricucendo un fatto poco noto nella trama della “grande” storia.

18:30 – Giulio Girondi, Antonio Maria Viani architetto – presenta Renato Berzaghi

Tra gli architetti di corte al servizio dei Gonzaga, Antonio Maria Viani fu quello che ricoprì il prestigioso incarico di prefetto alla fabbriche ducali per più tempo, dal 1595 al 1630, anno della morte. In questo periodò Viani realizzò opere di architettura e pittura per gli ultimi duchi del ramo primogenito di casa Gonzaga (Vincenzo I, Francesco IV, Ferdinando e Vincenzo II) e, seppur brevemente, per Carlo I del ramo di Nevers. Testimone del periodo più splendido della vita di corte mantovana, ma anche del tragico epilogo della dinastia culminato nel sacco del 1630, Viani lasciò un segno indelebile nella reggia gonzaghesca, ma anche nel territorio, realizzando ex novo (o più spesso ristrutturando) numerose residenze ducali ma anche architetture sacre e residenze private.

FRANCESCO TOMMASI Forme in movimento

La Galleria Arianna Sartori di Mantova, in via Cappello 17, presenta la mostra dell’artista Francesco Tommasi intitolata “Forme in movimento”.

La mostra, patrocinata dal Comune di Mantova, sarà inaugurata Sabato 20 settembre alle ore 17.30 alla presenza dell’artista.

La attuali strutture che Tommasi propone, come altre precedenti, sono ispirate al concetto di ORDINE ALTRO.

Ordine altro è una ricerca che Tommasi porta avanti dal 2005. Tale concetto è sempre stato citato per l’evoluzione dell’ordine tradizionale, per gli inserti ludici, e per la libertà di espressione, ma poco è stato detto della connotazione delle forme, che in parte caratterizzano le strutture stesse.

Tommasi afferma che tali forme, sono il risultato di impulsi che la mente trasmette alla mano.

Inoltre, dette forme simbolicamente alludono alle crisalidi nel momento della mutazione, auspicando che questa trasformazione sia portatrice di eventi tangibili.

L’esposizione rimarrà aperta al pubblico fino al prossimo 2 ottobre 2014 con orario dal lunedì al sabato 10.00-12.30 e 16.00-19.30, chiuso festivi.

ARIANNA  SARTORI

ARTE & OBJECT DESIGN

Via Cappello, 17 – 46100 MANTOVA – Tel. 0376.324260 – info@ariannasartori.191.it

 

FRANCESCO TOMMASI

Forme in movimento

 dal 20 settembre al 2 ottobre 2014

 Nome della Galleria: Galleria “Arianna Sartori”

Indirizzo: Mantova – via Cappello, 17 – tel. 0376.324260

Titolo della mostra: Francesco Tommasi. Forme in movimento

Date: dal 20 settembre al 2 ottobre 2014

Inaugurazione: Sabato 20 settembre, ore 17.30

Con il patrocinio del Comune di Mantova

Orario di apertura:    dal lunedì al sabato 10.00-12.30 / 16.00-19.30. Chiuso festivi

Al di là del gioco Veronica Longo e Lucio Statti

La Galleria Arianna Sartori di Mantova, in via Ippolito Nievo 10, presenta la mostra Al di là del gioco: Veronica Longo e Lucio Statti. La mostra sarà inaugurata Sabato 13 settembre alle ore 18.00 con presentazione in galleria del Prof. Riccardo Battiferro Bertocchi alla presenza dei due artisti.

La mostra rimarrà aperta al pubblico fino al 25 settembre 2014 con orario dal lunedì al sabato 10.00-12.30 e 16.00-19.30, chiuso festivi.

AL DI LÀ DEL GIOCO

Due generazioni in dialogo tra loro, accomunate nell’arte dal medesimo, ancestrale richiamo dell’infanzia: Lucio Statti e Veronica Longo entrano empaticamente e con pudore nel mondo innocente e pieno di entusiastico stupore dei bimbi, nel loro ovattato universo dove il giocattolo, la bambola, il pupazzo, il cavallo a dondolo, persino una bolla di sapone soffiata al vento, evocano una nostalgia mai fine a se stessa, bensì forza viva e pregnante del presente.

Abbandonarsi al sogno non è solo prerogativa del fanciullo, lo può fare anche un adulto che non si rassegna alla palude del contingente…

È un anelito insopprimibile dello spirito che si materializza nei ninnoli dei più piccini, nei loro giochi spensierati, destinati, con metamorfosi prosaica, a divenire i totem del nostro lavoro quotidiano.

Nella pittura e nell’incisione, Lucio Statti e Veronica Longo trovano la propria chiave espressiva, nei toni pastello di una dimensione onirica e nel segno preciso di immagini indelebili.

Lucio e Veronica ci aiutano, per quanto possibile, a rammentarci il valore di quei giochi, a comprendere e riconoscerne l’essenza, troppo spesso travisata dall’indifferenza dell’uomo contemporaneo, lui sì schivo di una vita senza bagliori…

Riccardo Battiferro Bertocchi

Veronica Longo nasce a Napoli nel 1976. Nel 1994 si diploma in Grafica Pubblicitaria e Fotografia. Nel 2003 si laurea in Lettere Moderne indirizzo Storico Artistico.

Dal 2001 al 2004, frequenta la Scuola Libera del Nudo e il Corso di Tecniche Incisorie, scoprendo così la sua passione per l’incisione. Nel 2004 s’iscrive al Biennio Specialistico in Arti Visive e Discipline dello Spettacolo, sezione Grafica d’Arte, all’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 2005 partecipa al seminario “Tra tradizione e sperimentazione”, tenuto da Nicola Sene, Rina Riva e Riccardo Licata all’Atelier Aperto di Venezia, dove prepara la tesi sperimentale, con la quale conseguirà il Diploma di Laurea di II Livello nel 2006. Nel 2009 si abilita all’insegnamento della disciplina Arte della Fotografia e della Grafica Pubblicitaria presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel 2012 è stato pubblicato il suo scritto “Nuove Tecniche Incisorie Sperimentali”, aggiornamento al testo di Rina Riva “Tecniche Incisorie Sperimentali” (1993), edito per i tipi del Centro Internazionale della Grafica di Venezia. Nello stesso anno ha trascorso 3 mesi in Giappone, in seguito alla vincita dell’Artist Residence Program, che le ha consentito di lavorare e studiare a fondo diversi aspetti dell’incisione e dei suoi materiali: litografia, fotolitografia e xilografia tradizionale giapponese (ukiyo-e), attraverso anche l’utilizzo di nuove attrezzature e tipologie di carta. Nel 2013 ha riproposto la rassegna artistica internazionale “Incisioni al femminile”, curandone il catalogo e i testi critici, dedicando una monografia a Rina Riva, e ampliando la partecipazione a 70 artiste, provenienti da tutto il globo. In questi anni ha tenuto corsi d’aggiornamento sulle tecniche grafiche (rivolti a studenti ed insegnanti, in qualità di esperto esterno, presso scuole pubbliche e private), ha realizzato vari scambi culturali in paesi stranieri, e ha partecipato a numerose mostre e concorsi in Italia e all’estero, vincendo pure diversi premi. Attualmente lavora come incisore e stampatore gestendo in proprio il laboratorio Controsegno, svolge corsi di formazione e specializzazione sulla grafica d’arte, e realizza edizioni e cartelle personali o per conto di altri artisti.

Lucio Statti è nato l’11 dicembre 1947, a Napoli, dove attualmente vive e lavora. 
Da giovanissimo si è dedicato alla pittura con particolare applicazione allo studio dei classici, che gli fornirà un bagaglio tecnico fondamentale per i risultati che raggiungerà nel corso degli anni.

Le sue prime esperienze, di tipo figurativo, si muovono sulla scorta dei maestri del ‘900. 
Dal 1986 fino al 2002, si dedica esclusivamente alla tematica del gioco, arricchendo la sua ricerca con studi umanistici e filosofici, rivolgendo particolare attenzione al mondo del fanciullo. 
Nel 1991 vince il primo premio con l’assegnazione de “La Ginestra d’Oro”.

Nel proseguire degli anni, l’impeto del giovane artista lo porterà ad esperienze sperimentali nel campo dell’informale e dell’astrazione che, pur costituendo un inciso di breve durata, gli forniranno ulteriori elementi di conoscenza dei diversi linguaggi pittorici, che saranno determinanti per uno stile personale, caratterizzato da una particolare sensibilità verso il colore.

Nel 2002, l’artista opera una svolta nel suo percorso aprendo il suo sguardo verso il paesaggio, che esibisce orizzonti nuovi e sconfinanti.

Attualmente, il pittore si è riavvicinato al caro e “vecchio” soggetto ludico, osservandolo però con occhi diversi e più maturi, meno malinconici, che scandagliano tutta la realtà, non solo quella infantile, per comprendere gli ingranaggi che regolano l’intero universo.

D’altra parte, questo argomento di notevole rilevanza per l’artista, non è passato inosservato, ma è stato oggetto di studio anche per un’allieva dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, che nel 2002, ha scritto la tesi di laurea su “Lucio Statti”, basandosi sulle interviste e la visione delle sue opere.

ARIANNA SARTORI  ARTE & OBJECT DESIGN

Via Ippolito Nievo, 10 – 46100 MANTOVA – Tel. 0376.324260 - info@ariannasartori.191.it

Al di là del giocoVeronica Longo e Lucio Statti

 13 – 25 settembre 2014

 Nome della Galleria: Galleria “Arianna Sartori”

Indirizzo: Mantova – via Ippolito Nievo, 10 – tel. 0376.324260

Titolo della mostra: Al di là del gioco: Veronica Longo e Lucio Statti

Date: dal 13 al 25 settembre 2014

Inaugurazione: Sabato 13 settembre, ore 18.00

Orario di apertura:             dal lunedì al sabato 10.00-12.30 / 16.00-19.30. Chiuso festivi